ATTIVITA' DEL MUSEO                 ATTIVITA' SCOLASTICA                MOSTRE E CONVEGNI

  

Verso la fine del 1980, le Edi­zioni di Comu­nità pub­bli­ca­rono Adriano Oli­vetti:. Desi­gne Aso, Xanti Cha­win­sky per lo stu­dio Bog­gieri mani­fe­sto per la MP1 anno 1935. Fu pro­get­tata nel 1920 da Camillo Oli­vetti, con il diret­tore gene­rale Dome­nico Bur­zio.. Liceo Manzoni di Caserta in visita al Muditec Pasquale Catone, Mauro Nemesio Rossi, Antonio D'Onofrio, Filippo Terrasi

GLI ORARI DEL MUSEO

cesaf maestri del lavoro

STORIA LOCALE

michele se n'è andato

Michele, mi hanno detto che se n'è andato. L'hanno trovato in cella. Se ne è andato in silenzio. Lo ricorderò sempre con il suo silenzio. "Zio Michele", lo chiamavano così. Era di Palma Campania. Non so perché fosse finito in prigione. Non lo chiedo mai e non voglio saperlo. Sono più di dieci anni da quando l'ho conosciuto, la prima volta a Bellizzi. Sempre in disparte. Sembrava non volesse interessarsi dei nostri incontri, ma era sempre presente. In silenzio. Aveva l'aria di chi riceveva il massimo rispetto. Lo chiamavano così, "zio Michele", con aria bonaria.

 

Un giorno mi sedette a fianco, non ancora cominciavamo a disporci in quel cerchio di voci. Ci ritrovammo seduti al tavolo. Mi disse che l'avidità dei parenti è causa di tutti i mali, di quelli peggiori. Nella famiglia si è ingordi quando si tratta di eredità. Pensai dovesse essere stata questa anche la causa del suo male. Di nuovo il suo silenzio. Zio Michele era persona semplice. Il silenzio, ancora di più in carcere, è insidioso. Chi non parla o la fa per nascondere qualcosa o semplicemente non ha parola, pensa, riflette, segue, ascolta. I bambini piccoli prima di cominciare a parlare restano in silenzio, prendono la rincorsa, cominciano, credo, a parlarsi dentro. Michele stava sempre in disparte e in silenzio. Era una persona semplice, mite. Un giorno che stavamo appena per iniziare, si avvicina al nostro cerchio di voci e, restando sul bordo, prende la parola per dire in tono pacato e deciso "io sarei potuto diventare come lui", indicandomi. "Sarei potuto diventare come lui, se lo avessi incontrato prima".

Cominciò poi a fare l'elogio della legalità. Parlò del figlio che studiava. Penso che quel "sarei potuto diventare come lui" lo dicesse pensando proprio al figlio ed era l'augurio che faceva a se stesso perché il figlio fosse in quel "diventare". Da allora i nostri incontri cominciarono con il prologo sulla legalità che Michele teneva ogni volta. Arrivavo, come sempre, senza aver fatto colazione e a un certo punto sentivo la necessità di prendere qualcosa. In carcere ci sono sempre le caramelle. Le hanno tutti. In carcere le caramelle significano il bisogno di dolcezza. Le migliori caramelle, le più dolci, sono le "rossane".

Michele mi dava sempre le sue le caramelle. È stato così a Carinola ed ancora è stato così a Sulmona. Appena arrivavo, mi avvicinava e salutandomi mi dava le "rossane". Ricordo poi quel giorno, a Bellizzi, dove c'era chi nella sua superficialità si lasciava andare a frasi inopportune, tra lo svagato e l'irridente. Io non sono una persona facile, tutt'altro. Mi ritrovai le mani di Michele sulle spalle. Ero seduto. Lui arrivò da dietro e mi tenne le mani sulle spalle con quella leggera pressione che significava tante cose, la sua vicinanza, la sua protezione. Conservo un ricordo di Michele come persona semplice, mite, tranquilla, dovrà essere stato anche furioso in certi momenti, come accade sempre a persone come lui e come certo gli sarà accaduto un giorno che lo ha portato fino all'ultima cella.
Siamo in cerchio, tutti intorno al tavolo, nella stanza della biblioteca. Mi hanno detto di Michele. Non so quanti anni avesse, tanti. Mi è dispiaciuto.
Abbiamo parlato della storia della democrazia, di come sia fondata sul dubbio. Chi ha solo certezze, non crede, non chiede, non condivide. Abbiamo parlato di nuovo della Tragedia e dell'Etica che hanno accompagnato la Democrazia al suo sorgere. Ne abbiamo parlato perché siamo alla fine della democrazia, in un tempo in cui la democrazia ha smarrito forse il suo fine o è finita. Ho ricordato la "democrazia moderna" venuta con l'evoluzione dell'economia e dell'Illuminismo in Europa.

La democrazia antica era diretta, i rappresentanti dei demoi venivano nominati a sorte, ma solo perché erano pochi i "liberi" che partecipavano della politica. Non c'era certo il suffragio universale, né tutti avevano diritto di partecipare. I "liberi" erano pochi e godevano di una condizione sociale. Quindi lasciamo stare certe suggestioni di nostalgia a mettere fine al Parlamento e ridurla ad una piattaforma on line.
Con Lucio mi sono ritrovato la sera a parlare di Orwel, sulla panchina del Colle che affaccia sul mare. Ascoltavo il suo stupore e la meraviglia, mi ricordava come Orwel facesse riferimento finanche al linguaggio minimo della comunicazione che doveva essere sempre più breve, poche frasi, come per i "post" sui Social, fino a ridursi ad un semplice "sì" e "no", fino a ridursi al solo "sì" come a un "click". 
In Carcere abbiamo parlato anche del "Caporalato" e dei gravi lutti di questi giorni. I ragazzi travolti e uccisi in quel furgone prendevano tre euro all'ora. Come qui in carcere mi hanno detto. Lo stesso, tre euro all'ora. Solo che là fuori per lavarsi, mi ricordava ancora Lucio, devono "comprare" l'acqua, e per un bidone ci vuole almeno un euro. Ditemi allora dove siamo? Ditemi chi è il pericolo, ditemi qual è. Penso che il nemico sia sempre interno, sta dentro, lo si inventa come quello che viene da fuori per non trovarsi allo specchio, per combatterlo, farlo vedere, anche per non far capire, perché è quello che ci si fa vedere che non ci fa vedere. Il pericolo è dentro noi stessi, quando non pensiamo più.
Leo mi chiede del senso della vita. Le mani poggiate sul tavolo. La voce pensosa. Qual è il senso della vita? Ed io sbaglio a rispondergli, devo ancora imparare a chiedere prima perché perché quella domanda. Esito appena un momento e dico che il senso della vita è voler bene. C'è chi sorride ed è sul punto di intervenire. Mi dice che lo stava dicendo lui. Ripeto che siamo vita e abbiamo vita, la vita che siamo è impropria, è come quella di ogni vivente. La vita propria è invece quella che abbiamo, le nostre scelte, il mondo che ci costruiamo. La vita che si è ha il solo fine di riprodursi, di generarsi, crescere. La vita che abbiamo è quella di coltivare, di avere cura di quello che è e che diviene. Il senso della vita è voler bene. È il bene. Solo che il bene inciampa sul piacere. Non è che non deve esserci il piacere, ma deve potersi legare al bene, al voler bene. La "gioia", in fondo, è quando il "bene" e il "piacere" coincidono. Quando invece sono separati, la gioia non c'è, ci sono altre emozioni, un altro gusto. Il senso della vita si misura dal gusto della vita, viene col suo sapore.
La vita impropria, quella che siamo ci viene dall'altro che incontriamo. Solo quando siamo a noi stessi un altro avvertiamo la vita che siamo, se solo riflettiamo sulle somiglianze, sulle nostre mani, sulla voce… La vita viene. Arriva sempre venendoci incontro, venendoci addosso, dentro, e siamo noi stessi che veniamo, giungiamo da qualche parte, arriviamo da qualcuno, apriamo e bussiamo a una porta. Voler bene è dare senso alla vita, è il sapore della gioia di stare insieme. Come adesso in questo momento che siamo qui intorno a questo tavolo adesso. Curioso è che si dica "tavolo" quando si discute e che si chiama invece "tavola" quando s'imbandisce per mangiare insieme. Bisogna allora imbandire le nostre parole.
Leo non voleva sentire quale è il senso della vita, la sua domanda mirava ad altro, mi chiedeva di come quel senso si è smarrito. Mentre ci avviamo lungo quel corridoio di cancelli, mi dice che queste cose che ci diciamo nei nostri incontri, nessuno le pensa più. E non perché non si pensano queste cose, ma perché non si pensa, non ci si dedica. Tutto si dà nella comunicazione di un rancore, di una stizza d'animo, di una parola buttata a caso, di un'emozione che sbriciola i sentimenti. Sono i legami sociali che ci mancano. Quanto più siamo "connessi" più siamo anche separati e "postiamo" ognuno questa separazione solo per esserci. L'affermiamo, quasi a volerci dare un'identità nella provocazione e nel rifiuto dell'altro, nello scherno e nella parola buttata là, facendo così avanzare un'identità comune nel rancore che si solleva come polvere. Il senso comune è la negazione della comunità. L'importante non è essere d'accordo, anzi, importante è essere in accordo, trovare insieme la via della gioia di vivere. 
Credo che ognuno sia come in rivolta contro se stesso. Il rancore è come contro se stessi, contro tutto quello che si è stati e si è creduto, contro un tempo finito, passato, contro tutto ciò che si è stato, contro tutto quanto si è creduto, contro tutti ciò che è stato proprio. Allora il "nemico" diventa l'altro, quale che sia, il "migrante" è chiunque s'incontra. Chiunque ne prende il posto, appena tentenna e prova a dire quello che noi stessi sentiamo dentro di noi e non vogliamo più sentire. Il nemico allora è la vita che viene e che ci sfugge tra le dita, precaria, finisce all'improvviso, ognuno è solo, "trafitto da un raggio di sole".

Giuseppe Ferraro è professore di Filosofia Morale (Università "Federico II" di Napoli),  tra i più vicini alla nostra associazione.  impegnato nelle carceri, nelle scuole dei luoghi d'eccezione, indirizza il suo impegno alla prospettiva "una città che si fa scuola", esercitando la filosofia come educazione ai sentimenti ed etica dei legami. Tra le sue pubblicazioni più recenti Filosofia in carcere, La scuola dei sentimenti, L'anima e la voce, Imparare ad amare.

l'approfondimento

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Adriano Olivetti e lo sviluppo del Mezzogiorno d'Italia

Pub­bli­cato sulla Rivi­sta "Pro­spet­tive meri­dio­nali"  nel corso di una inchie­sta sulla indu­stria­liz­za­zione del Mezzogiorno.

1958-02-PROSPETTIVE MERIDIONALI-01L'industrializzazione del Mez­zo­giorno potrà essere inten­si­fi­cata, e rag­giun­gere lo svi­luppo indi­spen­sa­bile al pro­blema ita­liano n. I — il pieno impiego della mano d'opera — sia avviato a solu­zione, solo se il mez­zo­giorno stesso verrà a far  parte di un piano orga­nico nazionale.

 I prov­ve­di­menti sinora esco­gi­tati dal Governo, seb­bene abbiano por­tato a un lode­vole inte­resse degli indu­striali del Nord verso il pro­blema meri­dio­nale — esse che può con­si­de­rarsi senza dub­bio inco­rag­giante (vedi il con­ve­gno del CEPES a Palermo) — non pos­sono  con­si­de­rarsi ancora adeguati.

1) La reda­zione di sif­fatto piano, che potrebbe essere chia­mato Piano Indu­striale Orga­nico, affi­data ad un  certo  numero di per­sone di larga espe­rienza indu­striale assi­stite da uno «staff» o di tec­nici, eco­no­mi­sti,. Sta­ti­stici, –sarebbe rela­ti­va­mente facile.

2) La  messa in opera del piano richie­de­rebbe invece una azione  coor­di­nata dei pub­blici poteri, dell'IRI (che dovrebbe avere parte rile­vante nell'operazione) e delle aziende indu­striali pri­vate  par­te­ci­panti al piano. Infine dovrebbe essere sta­bi­lito un dispo­si­tivo di coor­di­na­mento — al ver­tice e su scala locale (vedasi il Punto 5).

Piano Indu­striale Orga­nico dovrebbe:
a) Con­si­de­rare la strut­tura orga­niz­za­tiva delle 300–400 imprese,(salvo con­ferma di sta­ti­sti­che appro­fon­dite) impie­gando oltre un terzo dei lavo­ra­tori occu­pati nell'industria.
b) Met­tere in azione un grande piano di con­cen­tra­zione indu­striale in modo da aumen­tare la pro­dut­ti­vità delle indu­strie di cui sopra; pro­dut­ti­vità che, come è noto, è deter­mi­nata anche dalle dimen­sioni degli orga­ni­smi indu­striali e dalla quan­tità della pro­du­zione.
c) Dar vita ad un orga­ni­smo «ad hoc » adatto a reim­pie­gare la mano d'opera resa dispo­ni­bile dall'operazione b). Foca­liz­zare un numero defi­nito di comu­nità del  Mez­zo­giorno aventi suf­fi­ciente omo­ge­neità pra­tica  e demo­gra­fica (appros­si­ma­ti­va­mente 150). Tra­sfe­rire al Sud una quota ele­vata dell'aumento pro­dut­tivo delle indu­strie set­ten­trio­nali, da ele­varsi  in dimen­sioni suf­fi­cienti a garan­tire un alto grado  pro­dut­ti­vi­stico. L'operazione potrebbe essere attuata col tra­sfe­ri­mento ed il rag­grup­pa­mento di una mol­te­pli­cità di indu­strie pic­cole, ovvero con l'enucleazione di cicli pro­dut­tivi orga­nici da indu­strie com­plesse accen­trate. Un'azione com­ple­men­tare di grande impor­tanza dovrebbe inol­tre con­si­stere nel ricer­care, faci­li­tare, pro­muo­vere gli inve­sti­menti pri­vati stra­nieri nelle varie atti­vità là dove l'industria set­ten­trio­nale risulti ina­de­guata o per nuovi pro­dotti inte­res­santi anche la espor­ta­zione in aree da sta­bi­lire (Europa medi­ter­ra­nea, Africa del Nord, Medio Oriente). Tale azione dovrebbe essere con­dotta attra­verso una mol­te­pli­cità di orga­ni­smi di pro­mo­zione ed ini­zia­tiva decen­trati, men­tre un unico uffi­cio cen­trale vaglie­rebbe le con­se­guenze ‘eco­no­mi­che. dei nuovi impianti, non poten­dosi tol­le­rare gli spre­chi deri­vanti da inu­tili dupli­ca­zioni. Inol­tre dovreb­bero essere messi in atto dispo­si­tivi e cor­ret­tivi capaci di eli-minare i danni ormai ben cono­sciuti della . poli­tica autarchica.

3) La stru­men­ta­zione del Piano, pur man­te­nendo sostan­zial­mente le carat­te­ri­sti­che dell'economia di mer­cato indu­striale ita­liana, dovrebbe pre­ve­dere incen­tivi psi­co­lo­gici ed eco­no­mici. Que­sti dovreb­bero pro­muo­vere una poli­tica indu­striale nuova e dina­mica, atta di entu­sia­smo crea­tivo, del tipo di quella che il Pre­si­dente Roo­se­velt insieme con taluni orga­ni­smi indu­striali (il Com­mit­tee for Eco­no­mic Deve­lo­p­ment pre­sie­duto da Paul Hof­mann) seppe ini­ziare ed attua e negli Stati Uniti con la poli­tica del « New Deal ».

Le indu­strie coo­pe­ra­trici dovreb­bero rag­giun­gere obiet­tivi eco­no­mici in con­se­guenza:
a) della con­cen­tra­zione indu­striale, faci­li­tata dai coe­renti prov­ve­di­menti legi­sla­tivi;
b) di mas­sicci inve­sti­menti pro­ve­nienti dall'estero a tassi minori di quelli oggi esi­stenti (l'atmosfera di fidu­cia deri­vante da sif­fatto piano li ren­de­rebbe attua­bili)
c) della cre­scente domanda di beni pro­vo­cata dal ‘aumen­tato  potere di acqui­sto nazio­nale
d) del con­ti­nuo, raf­fi­nato pro­cesso di per­fe­zio­na­mento delle strut­ture tecnico-operative già in atto nelle indu­strie più pro­gre­dite
e) di una più audace cor­rente espor­ta­trice;
f) di prov­ve­di­menti di coor­di­na­mento tra pro­du­zione, espor­ta­zione, e impor­ta­zione al fine di dimi­nuire per il pro­dut­tore i costi di distri­bu­zione, e al con­tempo garan­tire al con­su­ma­tore. Il livello di qua­lità e i prezzi vigenti nel mercato.

4) La poli­tica dei sin­da­cati e la soli­da­rietà di que­sti nella  mar­cia del piano  essen­ziale. Tut­ta­via essa da sola non potrebbe rag­giun­gere gli obiet­tivi senza il mas­sic­cio inter­vento del potere dello Stato, e della sua poli­tica eco­no­mica. l,a poli­tica sala­riale dovrebbe essere lo stru­mento n. 1 del Piano, poi­ché in una prima fase esso do-riebbe essere rivolta a por­tare i salari minimi e medi nelle indu­strie meno pro­gre­dite  al livello di quelli dei gruppi  indu­striali  a  più  alto livello  di  remu­ne­ra­zione.  La  con­cor­renza in Ita­lia non opera, con le sue severe leggi eli­mi­na­trici, data la pos­si­bi­lità con­cessa ad ope­ra­tori eco­no­mici  sca­denti, di rima­nere nel gioco in virtù rii bassi salari. La seconda fase, nella quale dovreb­bero essere rag­giunti  livelli sala­riali, pro­por­zio­nali agli aumenti  pro­dut­ti­vi­stici sarebbe atta a creare una situa­zione  di cre­scete  dina­mi­smo, con effetti d'insospettata rilevanza.

Gli aspetti sociali ciel Piano reste­reb­bero affi­dati alla coo­pe­ra­zione dei lavo­ra­tori e a con­grui stru­menti di rap­pre­sen­tanza demo­cra­tica, ai quali spet­te­rebbe in primo luogo il con­trollo affin­ché  il fina­li­smo eco­no­mico– sociale non venga ad  essere tradito.

La nuove strut­ture demo­cra­ti­che, evi­tando le nazio­na­liz­za­zioni le quali ten­dono ad aumen­tare  il potere dello Stato e a dimi­nuire le garan­zie di libertà, sareb­bero volte ad  intro­durre la par­te­ci­pa­zione effet­tiva di Isti­tuti scien­ti­fici, Uni­ver­sità, Enti ter­ri­to­riali, Fon­da­zioni a fìna­lità scien­ti­fi­che cul­tu­rali  e sociali.

5) L'esperienza della T.V.A. dovrebbe essere lar­ga­mente imi­tata, allet­tata, per­fe­zio­nata. Il con­cetto dovrebbe essere quello di con­fe­rire a sin­gole auto­rità pia­ni­fi­ca­trici aventi giu­ri­sdi­zione sulle zone di cui alla let­tera d) del Punto 2 il coor­di­na­mento in loco tra le sin­gole atti­vità che i sin­goli Mini­steri, gli Enti, i pri­vati, svol­gono sepa­ra­ta­mente Tale era il com­pito pri­mi­tivo dei Pre­fetti. Ma in un secolo le  con­di­zioni sono cam­biate tal­mente che è  assurdo rite­nere che un tale coor­di­na­mento si possa attuare con i vec­chi orga­ni­smi e senza nuove tec­ni­che. Le auto­rità locali di pia­ni­fi­ca­zione, sot­to­po­ste a con­trollo demo­cra­tico, se attuate , fini­reb­bero per dar vita ad una nuova moderna strut­tura  ammi­ni­stra­tiva  la cui man­canza  risulta ormai troppo evidente.

Inol­tre la con­cen­tra­zione degli sforzi sui ter­ri­tori  di  dimen­sioni ridotte  per­met­te­rebbe di con­si­de­rare il pro­blema inte­grale di vita  di una comu­nità in quanto potreb­bero essere por­tati ad un livello più alto i fat­tori sociali ed eco­no­mici, dando luogo ad una sta­bi­liz­za­zione per­ma­nente della comunità.

E inu­tile risol­vile il pro­blema dell'irrigazione  se gli altri pro­blemi dell'agricoltura non saranno risolti. E inu­tile risol­vere i pro­blemi dell'agricoltura e quelli dell'istruzione pro­fes­sio­nale non sono stati  affron­tati. E inu­tile creare indu­strie se con­tem­po­ra­nea­mente i dispo­si­tivi igienico-sanitari e la stessa cul­tura gene­rale non sono por­tati ad un nuovo alto livello.

Tutto  que­sto è pos­si­bile  otte­nere in aree ridotte, con l'enorme van­tag­gio  di poter dimo­strare la vali­dità dei metodo in impianti pilota ed esten­derlo  dopo l'esperimento ad altri territori.

6) Gli impianti-pilota desti­nati ad avviare il Piano, dimo­strarne la vali­dità in attesa che il dispo­si­tivo pre­pari la classe pro­fes­sio­nale, i qua­dri diri­genti e gli stru­menti per il Piano orga­nico di inter­vento totale, dovreb­bero essere posti in azione pre­va­len­te­mente ma non esclu­si­va­mente da una appo­sita sezione dell'IRI orga­niz­zata e strut­tu­rata ai fini dei nuovi com­piti. Altre aziende pri­vate coo­pe­ra­trici dovreb­bero essere invi­tate ad aiu­tare la prima fase del Piano Orga­nico che potrebbe limi­tarsi ad ope­rare in una tren­tina di aree par­ti­co­lar­mente dimesse. o in situa­zioni par­ti­co­lar­mente adatte. Dovrebbe essere eli­mi­nato il cri­te­rio eco­mi­ca­mente assurdo del livel­la­mento cioè di ope­ra­zioni par­ziali ed ina­de­guate su ter­ri­tori troppo vasti. Il piano di inter­vento ini­ziale dovrebbe esa­mi­nare taluni gruppi orga­nici di indu­strie ed ope­rare in stretto col­le­ga­mento con gli Enti peti l'edilizia popo­lare. L'edilizia non  potrebbe essere che parte inte­grante del Piano. Per non mol­ti­pli­care gli Enti si potrebbe uti­liz­zare un Ente esi­stente, quale UNRRA CASAS , ovvero creare una sezione spe­ciale dell'INA-CASA non legata alla legge costi­tu­tiva, ma che si gio­vasse delle note­vo­lis­sime posi­tive espe­rienze. dell'Ente stesso.

7) Gli stru­menti edu­ca­tivi e cul­tu­rali dovreb­bero avere una fun­zione com­ple­men­tare di grande rilievo. Biso­gne­rebbe pun­tare, in modo spe­ciale, sulla crea­zione di orga­ni­smi, oggi lar­ga­mente insuf­fi­cienti nella strut­tura edu­ca­tiva ita­liana, e in par­ti­co­lare di:

1)  Scuole uni­ver­si­ta­rie di busi­ness admi­ni­stra­tion o di– dire­zione degli affari tipo IPSOA (Isti­tuto Post Uni­ver­si­ta­rio per lo Stu­dio dell'Organizzazione Azien­dale) a indi­rizzo rigo­roso e scien­ti­fi­ca­mente valido. Il Paese ne avrebbe biso­gno di almeno una in ogni Regione; ma occorre guar­darsi da solu­zioni inadeguate.

2) Scuole pro­fes­sio­nali di 1° e 2° grado a indi­rizzo moderno per la for­ma­zione  di spe­cia­li­sti (mec­ca­nici, cro­no­me­tri­sti, foto­grafi,  inci­sori, cera­mi­sti, eba­ni­sti, tipo­grafi, trat­to­ri­sti, frut­ti­cul­tori, orti­col­tori, agro­nomi ecc.).Le nuove scuole dovreb­bero avere un livello qua­li­ta­tivo assai più ele­vato di quelle attual­mente in atto, model­lan­dosi sulle scuole can­to­nali sviz­zere e su taluni esempi validi isoli;lai.

3) Scuole di Arte Appli­cata e Dise­gno Indu­striale. Que­ste dovreb­bero rap­pre­sen­tare un grande aiuto all'artigianato ed alla pic­cola indu­stria. Costruite per inco­rag­giare le virtù arti­sti­che del popolo ita­liano, dovreb­bero  avere nuova vita e vigore sti­li­stico, mercé la dire­zione, guida, coo­pe­ra­zione dei migliori arti­sti e  archi­tetti italiani.

4) Isti­tuti regio­nali di psi­co­lo­gia voca­zio­nale atti a vagliare le atti­tu­dini dei gio­vani e faci­li­tare gli studi gli impie­ghi, il per­fe­zio­na­mento lei migliori quando l con­di­zioni sociali e gli stru­menti di sele­zione sco­la­stici non siano suf­fi­cienti alla loro affer­ma­zione. In una parola, la ric­chezza di valori umani latente nel Mez­zo­giorno e troppo spesso ine­spressa per la povertà o man­canza di cul­tura, deve essere con tutti i mezzi sco­perta, esaltata.

5) Scuole di pia­ni­fi­ca­zione per ammi­ni­stra­tori locali. I piani rego­la­tori comu­nali, inter­co­mu­nali e pro­vin­ciali saranno  stru­menti indi­spen­sa­bili di una situa­zione social­mente più evo­luta, arti­sti­ca­mente  più con­sa­pe­vole, cul­tu­ral­mente più com­pleta. I nuovi ammi­ni­stra­tori" (fun­zio­nari ed elet­tivi) dovranno cono­scere le tec­ni­che più pro­gre­dite. Il ricco patri­mo­nio natu­rale ed arti­stico pro­prio delle città e bor­ghi meri­dio­nali, non deve essere minac­ciato dalle nuove tec­ni­che, ma difeso, poten­ziato ed ampliato.

6)  Le linee gene­rali trac­ciate vogliono indi­care a grandi  segni un piano orga­nico di rin­no­va­mento basato sull'industrializzazione come mezzo, ma senza dimen­ti­cale il fine: la pro­mo­zione di una civiltà fon­data sull'armonia dei valori, sul rispetto delle libertà demo­cra­ti­che, sull'autotomia della per­sona. Un piano impo­stato su meri fat­tori eco­no­mici potrebbe fal­lire o por­tare con­se­guenze nega­tive per la società sug­ge­rendo invo­lu­zioni cor­po­ra­tive, sta­ta­li­ste, indi­vi­dua­li­sti­che. Il  piano pren­derà forma ed  ampiezza dal valore, espe­rienza, entu­sia­smo e inte­grità degli uomini ad esso pre­po­sti e dalla misura della col­la­bo­ra­zione che essi rice­ve­ranno dai respon­sa­bili della poli­tica eco­no­mica nazionale.

Adriano Oli­vetti


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