La dinastia degli olivetti in libreria...

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La fabbrica triste

Ottiero Ottieri con un capo officina nel reparto presse dello stabilimento Olivetti di Pozzuoli

Introduzione alla ristampa del libro "Tempi Stretti" di Giuseppe Lupo

Nel 1957, quando vede la luce Tempi stretti nella col­le­zione dei «Get­toni» einau­diani, la sta­gione d'oro della nar­ra­tiva indu­striale è appena agli esordi, ma sem­bra già desti­nata a dare frutti impor­tanti. In quello stesso anno, infatti, ven­gono pub­bli­cati due libri di scrittori-operai (Gymkhana–Cross di Luigi Davi e Il bar­dotto di Vale­rio Ber­tini), il rac­conto auto­bio­gra­fico di un intel­let­tuale di pro­vin­cia fago­ci­tato dall'industria edi­to­riale (L'integrazione di Luciano Bian­ciardi), un'inchiesta socio­lo­gica (Ope­rai del Nord di Edio Val­lini). Ai let­te­rati non sfugge il ruolo cru­ciale che le fab­bri­che stanno svol­gendo in un'epoca deli­cata com'è quella della rico­stru­zione e, sia quando assu­mono una posi­zione di facile entu­sia­smo nei con­fronti delle pro­ble­ma­ti­che azien­dali, sia quando si attar­dano in un atteg­gia­mento di scet­ti­ci­smo ideo­lo­gico verso i feno­meni del capi­ta­li­smo, pren­dono comun­que coscienza che l'Italia repub­bli­cana si è lasciata alle spalle la nozione di Paese con­ta­dino.
Che insieme al lavoro alle catene di mon­tag­gio si vada dif­fon­dendo anche una let­te­ra­tura ispi­rata alle mac­chine, alle peri­fe­rie urbane, ai turni in offi­cina, è un ele­mento ormai con­so­li­dato. Non altret­tanto chiara, invece, è la per­ce­zione che di que­sti "tempi nuovi" gli scrit­tori matu­rano. Non a caso Elio Vit­to­rini, nell'editoriale che inau­gura «menabò 4» (1961), par­lerà di "mondo impos­se­duto": una defi­ni­zione che rende bene l'atteggiamento di chi non ha ancora affer­rato le coor­di­nate inter­pre­ta­tive ed è rima­sto in un limbo piut­to­sto ambi­guo e inde­ter­mi­nato, al di qua delle tra­sfor­ma­zioni antro­po­lo­gi­che, a cui deve obbe­dire l'esercizio della let­te­ra­tura quando si trova alla pre­senza di ele­menti dì rot­tura come l'avvento e il defi­ni­tivo con­so­li­da­mento della civiltà industriale.

Non è facile accer­tare se nel severo giu­di­zio espresso dal diret­tore del «menabò» sia com­preso anche Tempi stretti (nell'articolo infatti non si fa cenno a nes­suna opera pub­bli­cata prima del 1961), ma è certo che i mate­riali epi­sto­lari, con­te­nuti nella Sto­ria dei «Get­toni» di Elio Vit­to­rini (2007), obbli­gano a una rifles­sione. Prima di tutto c'è da sot­to­li­neare che il romanzo di Otti­cri, pur essendo il frutto di un intel­let­tuale legato da vin­coli pro­fes­sio­nali alle mae­stranze di Ivrea, rimane fuori dalla cosid­detta nar­ra­tiva oli­vet­tiana: sia di quella che elegge a per­so­nag­gio l'ingegnere Adriano (Les­sico fami­gliare di Nata­lia Ginz­burg o Il conte di Gior­gio Soavi), sia di quella pro­dotta da scrit­tori che sono stati parte attiva nel pro­getto della fabbrica-comunità, innal­zando a mate­ria d'invenzione let­te­ra­ria l'esperienza presso gli sta­bi­li­menti del Cana­vese e di Poz­zuoli (come Don­na­rumma all'assalto dello stesso Ottieri, Memo­riale di Paolo Vol­poni, Il con­gresso di Libero Bigia­retti, L'amore mio ita­liano di Gian­carlo Buzzi). «L'azienda di cui si parla nel libro non è la Oli­vetti» – con­fessa Ottieri a Cal­vino il 21 aprile 1956, invian­do­gli il testo –, «ma io mi sono ser­vito di varie cose osser­vate alla Oli­vetti per rife­rirle a un ipo­te­tico mono­po­lio mila­nese. Per­ciò, qua­lora dovessi pub­bli­care que­sto romanzo, dovrei prima chia­rire alcune cose con l'azienda che adesso mi dà da vivere, mate­rial­mente e moral­mente».
La pre­ci­sa­zione, se da una parte esclude ogni tipo di inter­fe­renza con l'industria epo­re­diese, dall'altra indica un pre­ciso atteg­gia­mento: l'aver tra­sfe­rito nelle fab­bri­che della cin­tura mila­nese (nella Sesto San Gio­vanni in cui prin­ci­pal­mente Ottieri ambienta Tempi stretti) una serie di ele­menti inter­cet­tati a Ivrea. Per puro gioco di azzardo, ver­rebbe da segna­lare almeno due espres­sioni pre­senti nel testo: «poeti dell'industria» o «arti­giani dell'industria», che ine­qui­vo­ca­bil­mente allu­dono all'ambizione di coniu­gare pro­du­zione seriale e requi­siti arti­stici, più in gene­rale rin­viano a quell'alone di crea­ti­vità, a cui si ispira la sta­gione dell'olivettismo. 1\‘la non è escluso che die­tro la festa del ven­ti­cin­quen­nale dell'azienda Ales­san­dri, con rela­tiva distri­bu­zione del lapis d'oro ai dipen­denti (rac­con­tata nelle prime pagine del romanzo), sia sot­teso il ricordo di un'altra ceri­mo­nia: la con­se­gna delle Spille d'Oro ai lavo­ra­tori di Ivrea, avve­nuta nel dicem­bre del 1954, di cui rimane memo­ria in uno dei capi­toli del sag­gio città dell'uomo (1960) di Adriano Olivetti.

Non è detto che tra le «cose osser­vate alla Oli­vetti», come sug­ge­ri­sce Ottieri a Cal­vino, vada neces­sa­ria­mente inclusa que­sta ceri­mo­nia. Tut­ta­via le fab­bri­che di cui si parla in Tempi stretti denun­ciano atmo­sfere tipi­che di un atteg­gia­mento pater­na­li­stico («la nostra azienda è una grande fami­glia. Io non sono che la guida di essa, quindi, se per­met­tete, sono un po' il vostro padre»), che va con­si­de­rata una delle costanti del modello azien­dale assai in voga nell'Italia degli anni Cin­quanta, a cui natu­ral­mente non si sot­trae nem­meno l'impresa pro­dut­trice di mac­chine da scri­vere. Rin­trac­ciare in que­sta sede i pos­si­bili legami tra Ivrea e Sesto San Gio­vanni sarebbe un'operazione infrut­tuosa e forse inu­tile. Gli ele­menti di discon­ti­nuità sono più nume­rosi rispetto alle inter­fe­renze, per cui è dav­vero impos­si­bile rico­no­scere nelle offi­cine dell'hinterland mila­nese gli aspetti pecu­liari della fab­brica oli­vet­tiana; soprat­tutto è diverso il punto di vista con cui lo stesso Ottieri, due anni dopo l'uscita di Tempi stretti, rap­pre­sen­terà gli sta­bi­li­menti di Poz­zuoli mediante l'icona del luogo di bel­lezze e di mera­vi­glie, tra­sfi­gu­ran­doli cioè a castello incan­tato, a pic­colo giar­dino di eden. Insomma, men­tre gli aspi­ranti ope­rai di Don­na­rumma all'assalto (1959) desi­de­re­ranno con­di­vi­dere il pro­getto oli­vet­tiano tanto da insce­nare vere e pro­prie forme car­ne­va­le­sche di cap­ta­tio bene­vo­len­tiae nei con­fronti del respon­sa­bile della sele­zione del per­so­nale, in Tempi stretti pre­vale un senso di mono­to­nia e di ripe­ti­ti­vità, che allon­tana dal lavoro gli uomini anzi­ché avvi­ci­narli: «Da immo­bile che era un momento prima, l'officina bat­teva i suoi milioni di colpi rego­lari, rin­tro­nava, spin­gendo tutti, fin­ché il fra­gore si impa­stava e pre­meva le orec­chie, per­sino gli occhi della solita massa pesante. Ini­ziava il lungo pome­rig­gio, la metà più dura della gior­nata, sopra l'alta curva della fatica».

Dif­fi­cile dire che Anto­nio Don­na­rumma, se fosse stato assunto, sarebbe rima­sto immune dalle dege­ne­ra­zioni che col­pi­ranno Albino Salug­gia (il pro­ta­go­ni­sta di Memo­riale di Vol­poni) o la stessa Emma di Tempi stretti, insi­nuando addi­rit­tura in lei l'idea del sui­ci­dio. E sicuro però che in Don­na­rumma agi­sce con forza la voca­zione al lavoro manuale esat­ta­mente al con­tra­rio rispetto alle tute blu di Sesto San Gio­vanni, che invece nutrono sen­ti­menti di repul­sione, se non di odio, verso la vita d'officina. Più che appa­gare il biso­gno di moder­nità, il ritmo for­sen­nato delle mac­chine, la sover­chiante fatica, il fra­stuono asfis­siante che si per­ce­pi­sce sullo fondo di Tempi stretti, pren­dono di gran lunga il soprav­vento sugli svi­luppi del rac­conto e la sen­sa­zione di una squal­lida quo­ti­dia­nità, la con­di­zione infe­lice dei lavo­ra­tori sot­to­messi alle dure leggi dei cro­no­me­tri­sti, for­ni­scono un'idea elo­quente di quel sen­ti­mento malin­co­nico e inco­lore, a cui allude il fram­mento estra­po­lato dal libro dello scrit­tore fran­cese Geor­ges Navel, Tra­vaux (1945), e posto da Ottieri in esergo: «C'è una tri­stezza ope­raia dalla quale non si gua­ri­sce che con la par­te­ci­pa­zione politica».

Se Vol­poni, nel 1962, si con­cen­trerà sulle nevrosi di Salug­gia, che sfo­ce­ranno in una grave forma di malat­tia fisica (la tuber­co­losi) e men­tale (l'alienazione), il ter­ri­bile morbo dell'homo indu­stria­lis, secondo la rico­stru­zione di Ottieri, si pre­senta con altre mani­fe­sta­zioni: depres­sione, noia, infe­li­cità, il cui medi­ca­mento — sem­bra sug­ge­rire la frase di Navel — non sta tanto nella fuga verso un impro­ba­bile ritorno alla civiltà della natura, quanto nelle lotte, negli scio­peri, nelle pro­te­ste. Da qui sca­tu­ri­scono non solo le nume­rose pagine del romanzo dedi­cate alle riu­nioni sin­da­cali, a cui ade­ri­scono, più o meno con entu­sia­smo, i per­so­naggi maschili, ma anche la tacita ras­se­gna­zione a un'esistenza degra­data, che accom­pa­gna gli amori occa­sio­nali fio­riti nelle offi­cine e che non con­tri­bui­scono ad allon­ta­nare il gri­giore del tempo tra­scorso a con­tatto con le mac­chine. Cal­vino è il primo a cap­tare tale stato di incer­tezza e ne dà subito conto a Ottieri, a let­tura avve­nuta, il 15 mag­gio 1956. «Quel che pesa sul libro è la tri­stezza» — scrive —. «Che gli ope­rai siano anche gente alle­gra e le fab­bri­che anche una via di libertà non si vede».